Oddio è lunedì#291

Le file che contano sono quelle davanti ai seggi

C’era la fila davanti ai gazebo, quella domenica di ottobre del 2005. Persone che non avevano mai preso una tessera, pensionati con il giornale sotto il braccio, ragazzi alla prima esperienza politica. Più di quattro milioni di italiani andarono a scegliere il candidato dell’Unione e Romano Prodi vinse con oltre il 74%. Fu una festa di popolo, e lo fu davvero. Ma non fu una competizione. Prodi era già il leader della coalizione e tutti lo sapevano. Quelle primarie servirono a dargli la forza che i partiti, da soli, non riuscivano a garantirgli.

Due anni dopo andò allo stesso modo. Nell’ottobre 2007 nasceva il Partito Democratico e Walter Veltroni ne diventava il primo segretario con circa tre milioni e mezzo di voti e oltre il 75% dei consensi. Anche allora il nome era deciso prima che si aprissero i gazebo. Erano primarie confermative, una grande liturgia democratica per dare un atto di nascita popolare a scelte già assunte.

Poi qualcosa è cambiato. Nel 2012 le primarie del centrosinistra diventarono per la prima volta una sfida vera. Da una parte Pier Luigi Bersani, dall’altra un giovane sindaco di Firenze che parlava di rottamazione. Due turni, il ballottaggio, settimane di polemiche sulle regole, sui registri, su chi poteva votare e chi no. Bersani vinse con il 60%, Matteo Renzi perse ma si portò via quasi quattro elettori su dieci. Il centrosinistra uscì da quella sfida spaccato in due metà che non si sarebbero più ricomposte. Pochi mesi dopo arrivò la non vittoria alle politiche del 2013, poi i 101 franchi tiratori che affossarono proprio Prodi nella corsa al Quirinale. Le primarie avevano scelto un candidato, ma non avevano costruito una squadra.

Nel 2023 la storia si è ripetuta in un’altra forma. Gli iscritti avevano indicato Stefano Bonaccini, i gazebo hanno ribaltato il risultato e scelto Elly Schlein con il 53%. Per qualche settimana è sembrato che esistessero due Pd, quello dei circoli e quello delle file ai gazebo. Schlein ha avuto il merito di ricucire, di tenere insieme un partito che molti davano per finito. Ma ci sono voluti mesi, energie e pazienza.

La lezione di questi vent’anni è chiara. Le primarie non sono mai lo strumento migliore per scegliere chi guida il campo progressista. Funzionano quando non servono, quando confermano una leadership già riconosciuta. Fanno danni quando servono davvero, perché ogni candidato per farsi notare deve distinguersi dall’altro e accentuare le differenze. I temi che dovrebbero finire in un programma comune diventano bandiere da sventolare contro chi domani dovrà governare con te. Ogni settimana passata a spiegare perché il mio candidato è meglio del tuo è una settimana tolta a spiegare perché siamo meglio della destra. Molto meglio andare alle elezioni e lasciare che siano i cittadini a decidere chi li rappresenta meglio.

C’è poi un punto che dimentichiamo troppo spesso. L’Italia è una Repubblica parlamentare. L’articolo 92 della Costituzione affida al Presidente della Repubblica la nomina del Presidente del Consiglio e l’articolo 94 stabilisce che il governo deve avere la fiducia delle Camere. Gli italiani eleggono il Parlamento, non il premier. Primarie, candidati premier, nomi stampati sulla scheda sono tutti escamotage nati per inseguire un presidenzialismo che la nostra Carta non prevede. Vale anche per la nuova legge elettorale della destra, che obbliga a indicare il capo della coalizione. Si può scrivere un nome su una scheda, non si può riscrivere la Costituzione con una legge ordinaria. In Spagna come in Germania nessuno organizza primarie di coalizione per scegliere il capo del governo. Si vota, si contano i seggi e chi guida il partito più forte prova a costruire la maggioranza.

Per questo sabato, all’Assemblea nazionale alla Nuvola dell’Eur, bene ha fatto Elly Schlein a dire che è pronta a guidare il centrosinistra come candidata alla presidenza del Consiglio con o senza primarie. L’Assemblea le ha prorogato il mandato fino alle politiche con 578 voti favorevoli e appena tre contrari. La sua leadership non avrebbe bisogno nemmeno delle primarie. Guida il primo partito dell’alleanza, ha riportato il Pd al centro della scena e ha costruito una coalizione che fino a pochi anni fa sembrava impossibile.

Lo dico con franchezza. Ad oggi le primarie sarebbero solo un regalo alla destra. Mesi di confronti tra di noi, di distinguo, di dichiarazioni da commentare, mentre Giorgia Meloni si gode lo spettacolo e il Paese aspetta risposte su salari, bollette, sanità e casa. Il programma comune del centrosinistra non è ancora scritto. È lì che dobbiamo mettere tutte le nostre energie.

Nel 2005 quelle file servivano a dare forza a un leader. Oggi la forza deve venire da un’idea di Paese. Le file che vogliamo vedere sono quelle davanti ai seggi, il giorno in cui gli italiani sceglieranno chi li governerà. Facciamo il programma e andiamo al governo.

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