Oddio è lunedì#290
Essere minoranza ai tavoli dei potenti non significa esserlo nel mondo
Sette. Sono i deputati di Junts che venerdì 2 ottobre, insieme a Partido Popular e Vox, hanno bocciato al Congresso spagnolo i due decreti del governo sull’emergenza abitativa. Decreti nati dopo lo sfratto di Maricarmen Abascal, 87 anni, costretta a lasciare la casa di Madrid in cui aveva vissuto per oltre settant’anni e che ci ha lasciato qualche giorno fa. Una storia che ha riempito Puerta del Sol di tende e sacchi a pelo ed è diventata il simbolo di un Paese intero che non riesce più a pagare l’affitto.
Tre giorni dopo Pedro Sánchez ha fatto quello che pochi leader avrebbero avuto il coraggio di fare. Ha sciolto le Camere e convocato le elezioni per il 29 novembre, con nove mesi di anticipo e con i sondaggi che danno popolari e Vox in vantaggio. Tutti si aspettavano di vedere un premier sconfitto. Sánchez invece ha ribaltato la narrazione. Non è caduto il governo, è caduta la maschera di chi in Parlamento ha scelto di stare con i grandi proprietari e non con le famiglie.
Non avere i numeri in Parlamento non significa essere minoranza nel Paese. Sánchez lo ha capito e ha portato la questione dove deve essere decisa, davanti agli elettori. Chiede una maggioranza progressista più ampia per piegare le élite e lo fa con un programma radicale, senza annacquare nulla per inseguire il centro. È una scommessa rischiosa. Ma anche se dovesse perderla, la sinistra spagnola si ritroverebbe con un’identità chiara e con l’opposizione più forte e credibile possibile, pronta a tornare al governo. È la differenza tra chi gestisce il potere guardando al qui e ora e chi lo usa per cambiare la vita delle persone con lo sguardo dello statista.
Il diritto alla casa è ormai al centro delle politiche europee. Anche a Roma. Il Sindaco Roberto Gualtieri ha avviato il più grande incremento di case popolari degli ultimi decenni, con l’acquisto di oltre mille alloggi per circa 250 milioni di euro e un piano per trentamila alloggi di edilizia sociale in dieci anni. Insieme ad altri sindaci europei ha chiesto a Bruxelles un vero piano europeo per la casa. Difendere chi rischia di finire in mezzo a una strada non è assistenzialismo, è la prima forma di sicurezza che una città può offrire ai suoi cittadini.
Mentre a Madrid un governo senza maggioranza sceglie di tornare dagli elettori, a Roma un governo con un’ampia maggioranza sceglie di cambiare le regole per non doverli temere. Giovedì scorso, a colpi di fiducia, la destra ha approvato in via definitiva la sua nuova legge elettorale. È una legge scritta da chi governa per restare al governo, cambiando le regole a pochi mesi dal voto.
Il cuore del meccanismo è un premio di maggioranza abnorme. Con il 42% dei voti si ottengono 70 deputati e 35 senatori in più. Così una minoranza degli elettori diventa una maggioranza larghissima in Parlamento. La rappresentanza non è un dettaglio tecnico. È il modo in cui il voto di ciascuno di noi conta davvero. Una legge che allarga così tanto la distanza tra voti e seggi indebolisce quel principio.
Poi ci sono le liste bloccate. Si parla di preferenze, ma i capilista e i listini che assegnano il premio restano decisi dalle segreterie e non dagli elettori. I cittadini continueranno a ritrovarsi eletti scelti altrove.
Infine c’è l’obbligo di indicare il nome del premier. Viene presentato come trasparenza, ma è il primo passo verso il premierato. Si sposta il baricentro delle istituzioni verso il capo del governo e si comprime il ruolo del Parlamento e del Presidente della Repubblica, che la Costituzione ha voluto come garanzia di equilibrio.
E tutto questo mentre il Paese ha ben altre urgenze. Salari fermi, bollette tra le più care d’Europa, produzione industriale in calo, famiglie e imprese in difficoltà. Mi confronto ogni giorno con i problemi concreti di Roma e dei suoi quartieri e so che nessuno di questi si risolve cambiando la legge elettorale a proprio vantaggio. Invece di occuparsene, la maggioranza passa il tempo a chiedersi quando votare. Meloni giura di voler arrivare alla scadenza naturale di settembre 2027, nei corridoi di Montecitorio si parla già di primavera. Si parla di elezioni anticipate per non parlare dei problemi del Paese. Esattamente il contrario di Sánchez, che le elezioni le ha convocate proprio per affrontarne uno.
Le regole del gioco democratico si scrivono insieme, non a colpi di maggioranza. La chiamano Stabilicum, ma in realtà è l’Antipastum. L’antipasto di un menu il cui piatto forte è il Quirinale. Il Parlamento che uscirà dalle prossime elezioni sarà quello che nel 2029 eleggerà il successore di Sergio Mattarella, e con un premio così generoso la destra potrebbe scegliere da sola il Presidente della Repubblica. Meloni punta a essere la prima post fascista eletta al Colle. Noi continueremo a opporci, in Parlamento e nel Paese.
Nel frattempo Trump e Putin si spartiscono il mondo. Dopo l’accordo che sospende le sanzioni americane sul gasolio russo in cambio di forniture di diesel agli Stati Uniti, Zelensky ha parlato di una decisione debole che finanzierà l’esercito di Mosca. La risposta di Trump è stata durissima. «Gli abbiamo detto che poteva fare quello che voleva, ma di non colpire le raffinerie». E poi la frase che nessun presidente americano avrebbe mai pronunciato. «È ora che l’Ucraina abbia un nuovo presidente». Dal Cremlino l’hanno definita iconica e storica. Non serve aggiungere altro.
Con i prezzi del carburante alle stelle e le elezioni di metà mandato a novembre, più Trump è in difficoltà in casa, più cerca risultati sul fronte della guerra, anche a costo di scaricare un alleato e di trattare con l’aggressore come se fosse un socio d’affari.
È qui che queste storie si tengono insieme. L’Europa e le democrazie occidentali rischiano di ritrovarsi sempre più sole, schiacciate tra un’America che tratta e una Russia che bombarda. A questa solitudine non si risponde con leader che cambiano le regole per restare al potere, ma con il coraggio di chi mette al centro i diritti delle persone e va a chiedere il consenso nelle urne. Essere minoranza ai tavoli dei potenti non significa essere minoranza nel mondo. I numeri si possono ribaltare, se si ha il coraggio di andarli a chiedere alle persone. Sánchez ce lo sta ricordando. Tocca a noi non dimenticarlo.
