Oddio è lunedì#289

il cattivo di James Bond alla fine perde sempre

22,34%. È la percentuale di elettori che è andata a votare alle suppletive del collegio di Reggio Calabria e Locri per sostituire alla Camera Francesco Cannizzaro, diventato sindaco. Circa settantasettemila persone su quasi trecentoquarantaseimila aventi diritto. Quattro anni fa, alle politiche, nello stesso collegio aveva votato quasi un elettore su due. Questa volta ha votato poco più di un elettore su cinque.

Non è una sorpresa. Nel 2023 a Monza, per il seggio al Senato che era stato di Silvio Berlusconi, l’affluenza si fermò al 19,23%, contro il 71% delle politiche dell’anno prima. Nel 2020 le suppletive nel collegio romano di Trionfale, quelle che portarono Roberto Gualtieri alla Camera, si fermarono intorno al 18%. Le suppletive di marzo in Veneto superarono il 50% solo perché si votava insieme al referendum sulla giustizia. Paradossalmente quello di Reggio è persino uno dei dati migliori degli ultimi anni. Quando sono da sole, alle suppletive non vota quasi nessuno.

Quando vota uno su cinque, il peso di chi è mobilitato si moltiplica. Con affluenze così basse le minoranze organizzate e rumorose hanno sempre l’occasione di sembrare più grandi di quello che sono. Era il test che aspettava Futuro Nazionale, il partito di Roberto Vannacci, alla sua prima prova elettorale con un candidato prelevato da Forza Italia a poche ore dalla presentazione delle liste. Questa volta non è successo. Il generale si è fermato sotto il 10%. È un dato che sembra alto, ma che è destinato a rientrare quando l’affluenza si alzerà alle elezioni politiche. Il problema è che, nonostante questi siano i numeri, la discussione politica proverà a raccontarci altro.

Per farsi notare in una campagna elettorale che non accendeva nessuno, Vannacci aveva scelto la strada che conosce meglio. Ha pubblicato sui suoi social una foto della sottosegretaria di Forza Italia Matilde Siracusano modificata con l’intelligenza artificiale, nella quale la maglietta che indossava sotto la giacca era sparita. Lei ha annunciato una querela e ha parlato di attacco sessista. Lui si è difeso dicendo di averla presa da un blog calabrese. Poi ha ringraziato per la pubblicità. Ma la pubblicità, come i like, molto spesso non si traduce automaticamente in voti nelle urne. C’è da dire, per fortuna, in questo caso.

Vale la pena ricordare che la legge italiana sull’intelligenza artificiale, approvata un anno fa, punisce con la reclusione da uno a cinque anni non solo chi crea ma anche chi diffonde immagini alterate con l’IA senza consenso, quando provocano un danno ingiusto. Non conta chi ha premuto il tasto. Conta chi l’ha pubblicata.

Questa vicenda non è un incidente. È una strategia precisa. Vannacci alza ogni volta l’asticella della provocazione perché ha bisogno che si parli di lui per queste cose e non per le sue idee. Se il dibattito si spostasse sui contenuti, ci si accorgerebbe che molte delle sue proposte sono incompatibili con la democrazia. Meglio lo scandalo, che occupa la scena e non richiede argomenti.

È come se il generale avesse deciso di interpretare il cattivo di un film di James Bond. Il ghigno, la battuta sprezzante, il gatto bianco in braccio. Amplifica la macchietta perché sa che il personaggio buca lo schermo e spera di intercettare il voto di chi vuole solo rompere tutto. Il gioco non è nuovo. Lo abbiamo già visto nel gennaio del 2020, quando Matteo Salvini citofonò a una famiglia del Pilastro di Bologna chiedendo se spacciassero, pochi giorni prima delle regionali in Emilia-Romagna. Stessa logica, la provocazione come campagna elettorale. Allora per fortuna finì con una sconfitta, perché le persone sono più intelligenti dei leader furbi che vorrebbero utilizzarle.

Senza volerlo, però, Vannacci ci ha fatto un favore. Ha mostrato a tutti cosa può fare l’intelligenza artificiale nelle mani sbagliate. Se lo fa un leader politico con una sottosegretaria della Repubblica, figuriamoci cosa può succedere a una ragazza in una chat di classe o a una donna che ha appena lasciato un compagno violento.

E non riguarda soltanto le donne o la politica. Pochi giorni fa si è scoperto che a febbraio l’allora presidente di Fideuram è stato convinto a trasferire circa 95 milioni di euro su conti in Cina e Hong Kong con un falso messaggio WhatsApp di Carlo Messina e una telefonata in cui la voce di un avvocato che conosceva era stata clonata con l’IA. Ne mancano ancora 36. Se ci casca il presidente di una grande banca, con tutti i suoi sistemi di controllo, immaginiamo cosa può succedere a un pensionato che riceve la telefonata del finto nipote. L’uso distorto di queste tecnologie si ritorce sempre contro i più deboli, ed è compito delle istituzioni difenderli con norme serie, non con appelli al buon senso.

Proprio in questi ultimi giorni Forza Italia ha proposto ai partiti della maggioranza un impegno di autoregolamentazione. Gli alleati però sono rimasti freddi e Vannacci ha detto no. Ma l’autoregolamentazione è la scusa di chi non vuole le regole. Ed è quantomeno curioso che le regole non le voglia proprio chi vorrebbe imporle a tutti gli altri, a chi scende in piazza, a chi arriva da lontano, a chi ama in modo diverso. È l’atteggiamento tipico di chi non crede nella democrazia ma in un sistema in cui chi ha il potere decide sulla vita di tutti gli altri e nel frattempo fa quello che gli pare.

Per questo serve un’alleanza democratica. Non di schieramento, ma di principio. Tutte le forze democratiche che vogliono regolamentare l’intelligenza artificiale, indipendentemente dalla collocazione politica, dovrebbero sedersi allo stesso tavolo. La solidarietà arrivata a Matilde Siracusano da destra e da sinistra dimostra che si può fare. L’Europa con l’AI Act ha tracciato la strada, l’Italia ha fatto un primo passo, ora quelle norme vanno rafforzate e fatte rispettare, a partire dalle campagne elettorali, dove un’immagine falsa può spostare voti in poche ore e compromettere l’onorabilità e la vita delle persone.

A Reggio Calabria il generale ha avuto i suoi titoli, ma meno voti di quelli che avrebbe voluto. Il cattivo dei film di James Bond, alla fine, perde sempre. Nei film però c’è un agente segreto a fermarlo. Nella realtà quel compito spetta a noi e al voto che decideremo di esprimere alle prossime elezioni politiche. Attenzione a sottovalutare la necessità di andare a votare. Senza il nostro voto può tornare l’Italia peggiore e di questi tempi è proprio quello di cui non abbiamo bisogno.

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