Oddio è lunedì#292

Si può comprare un algoritmo, non il consenso di un popolo

Le elezioni in Brasile sono durate due ore più del previsto. Il tempo di una partita di calcio. Tanto è durata la proroga concessa domenica in alcune zone del Paese, dopo che la campagna di Lula aveva denunciato che alcuni sindaci bolsonaristi, a San Paolo e Salvador, non avevano messo a disposizione gratuitamente tutti i mezzi pubblici come previsto da una decisione del tribunale. Due ore che Flávio Bolsonaro oggi chiama inaccettabili, tanto da annunciare che chiederà l’annullamento del voto. C’è solo un dettaglio. Secondo le agenzie quella proroga l’aveva chiesta anche la sua parte.

Lula ha vinto. Quasi il 52% contro il 48%, uno scarto molto più ampio del testa a testa previsto alla vigilia. Al primo turno era arrivato secondo con oltre due milioni di voti di distacco, al ballottaggio ha vinto con un margine di 4,3 milioni. Mai dalla fine della dittatura un candidato secondo al primo turno era riuscito a ribaltare il risultato. Domani compirà 81 anni e festeggerà con il quarto mandato. Nel suo discorso ha ringraziato prima di tutto i giovani, che si sono battuti per la democrazia. Lula non ha battuto solo un avversario. Ha battuto un cognome e un intero modello. Il padre, Jair Bolsonaro, sta scontando una condanna a 27 anni e tre mesi per aver orchestrato un tentativo di colpo di Stato dopo aver perso contro Lula in passato. Il figlio è stato ospitato alla Casa Bianca da Trump, che lo ha elogiato pubblicamente. Alla sua convention c’era Javier Milei e tra le sue promesse elettorali c’era un’amnistia per il padre. Dietro quella candidatura c’era la destra internazionale che si riconosce in Trump, con i suoi miliardi, le sue piattaforme e i suoi algoritmi.

C’è una cosa che deve preoccuparci tutti. Il copione delle destre, quando perdono, è sempre lo stesso. Trump nel 2020, Jair Bolsonaro nel 2022, Flávio oggi. Se vincono è democrazia, se perdono sono brogli. Solo che stavolta il bluff è durato poche ore. Il presidente del Tribunale superiore elettorale, Kassio Nunes Marques, ha confermato la vittoria di Lula dicendosi pienamente sicuro dell’intero processo. Lo stesso giudice che era stato nominato alla Corte suprema proprio da Jair Bolsonaro. E perfino i presidenti delle due Camere, entrambi di centrodestra, hanno riconosciuto il risultato invocando la pacificazione.

Domenica sera, mentre a Brasilia si contavano le schede, Rai 3 mandava in onda Democrazia Artificiale, l’inchiesta di PresaDiretta di Riccardo Iacona. Una puntata che si apre con Peter Thiel che a Roma, a porte chiuse, parla dell’Anticristo. Thiel é l’uomo che ha finanziato l’ascesa di JD Vance e che è tra i grandi sponsor del mondo trumpiano. Intanto la sua creatura, Palantir, è diventata uno dei cervelli tecnologici del Pentagono e degli eserciti in guerra. L’inchiesta racconta come i suoi software siano entrati nella sanità inglese e nei contratti della Difesa italiana, tra documenti mancanti o che non è consentito leggere.

Il problema non è la tecnologia. Il problema è chi la possiede e a chi risponde. Perché questi strumenti non si limitano a sorvegliarci, ma lavorano soprattutto per orientare il consenso politico. E sono già qui. Su TikTok la galassia di Vannacci conquista i giovanissimi con meme e video generati con l’AI, e PresaDiretta ha ricostruito l’origine di migliaia di account sospetti registrati in Benin e Nigeria. Lo ripeto da anni nella commissione innovazione tecnologica che presiedo a Roma Capitale. Un’intelligenza artificiale senza regole e senza trasparenza non è innovazione, è un rischio per la democrazia.

Questa domenica ci ha raccontato anche un’altra cosa. I miliardi e gli algoritmi possono molto, ma non possono tutto. Lo ha detto il Brasile e lo ha detto la Serbia, nello stesso giorno. A Belgrado la Lista degli studenti ha preso il 52,5% e 140 seggi su 250, la maggioranza assoluta. Aleksandar Vučić ha ammesso la sconfitta dopo 14 anni ininterrotti al potere, nelle elezioni più partecipate della storia del Paese. Un movimento nato dalle proteste per il crollo della pensilina alla stazione di Novi Sad, che nel 2024 uccise 16 persone. Senza leader, con candidati e programmi decisi dalle assemblee studentesche nelle università. Una generazione che tutti descrivevano come apatica ha mandato a casa un potere che sembrava eterno.

Il prossimo appuntamento sarà la Spagna, il 29 novembre. Il Partido Popular è in testa con il 31,6%, i socialisti sono intorno al 27% e Vox supera il 18%. Sánchez ha scelto di tornare dagli elettori invece di subire i ricatti in Parlamento. Il Brasile e la Serbia gli ricordano che i sondaggi sono fotografie, non sentenze.

Anche in Italia i giovani si muovono. Le violenze di Milano vanno condannate senza ambiguità. Centinaia di persone, quasi tutte a volto coperto, hanno devastato e saccheggiato negozi nel centro, e chi indaga ritiene probabile che si tratti di gruppi di ragazzi non affiliati politicamente, mossi da inviti rilanciati sui social, soprattutto su TikTok. Ma in Italia si sa come vanno queste cose. Bastano dieci vetrine rotte per oscurare migliaia di persone scese in piazza per dire che non arrivano a fine mese. E da lì il passo verso la delegittimazione di tutti è brevissimo. Sabato le piazze sono tornate a riempirsi e sono state perlopiù pacifiche e senza saccheggi. A Napoli il corteo si è svolto e concluso in modo pacifico, a Milano non ci sono stati scontri. A Roma la polizia ha sparato acqua con gli idranti alla stazione Termini. A Torino lo striscione parlava di riarmo, data center e caro benzina. Non protesta una categoria, protesta un Paese. Studenti, lavoratori, pensionati, autotrasportatori.

Perché mentre il governo gioca con le leggi elettorali, il Sud è rimasto a secco. A Napoli mancano latte, uova, farina, scatolame, frutta e verdura, la maggior parte dei distributori è rimasta senza benzina e gasolio e perfino la raccolta dei rifiuti ha rallentato per la mancanza di carburante. Il sindaco Manfredi ha avvertito che la città aveva due giorni di autonomia. Due giorni. Un momento brutto che può peggiorare da un momento all’altro, così come la situazione internazionale.

In tutto questo il peggior ministro dei Trasporti di sempre dov’era? Mentre l’Italia protestava Salvini era a Milano, al congresso straordinario della Lega, confermato segretario per la quarta volta, fino al 2030, votato dagli stessi delegati che lo avevano già eletto nell’aprile 2025. Mentre il Sud restava senza benzina, Salvini faceva il pieno di potere, quello che conta davvero a pochi mesi dal voto, decidere chi va in lista in Parlamento. Il governo è in bambola. Meloni si mimetizza in silenzio. Ognuno pensa alla propria poltrona, nessuno ha in testa il futuro del Paese.

Le elezioni sono sempre più vicine. E la lezione di domenica vale anche per noi. Si può acquistare un algoritmo. Non si può comprare un popolo che decide di andare a votare per cambiare tutto. Ma la rabbia che riempie le piazze non basta, se nessuno la trasforma in un’alternativa credibile. I ragazzi di Belgrado hanno vinto perché sono passati dalla piazza alle urne. Lula ha vinto perché è andato a cercare chi rischiava di restare a casa, fino all’ultima fermata dell’autobus.

A noi serve molto di più. Serve un programma, serve una squadra, serve la voglia di tornare in ogni quartiere ad ascoltare e poi proporre soluzioni.

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