Oddio è lunedì #282 – L’Europa brucia e con lei il nostro futuro

Ieri pomeriggio il Grande Raccordo Anulare si è fermato per il fumo. Non la solita coda del weekend: un muro nero, tra Laurentina e Pontina, che ha azzerato la visibilità. Automobilisti in fuga, qualcuno anche contromano. Tre elicotteri, i vigili del fuoco, ore in cui la città si è bloccata.

La sterpaglia secca, il caldo estremo e il vento: sono questi i tre ingredienti con cui le nostre città vanno in crisi.

Roma non è un caso isolato. A Madrid gli incendi hanno bruciato 25mila ettari, più del doppio di Parigi. 19mila evacuati, decine di case distrutte. In Francia, vicino Bordeaux, due vigili del fuoco sono morti. Tra Spagna e Francia si contano quasi 270mila sfollati. Per far fronte all’emergenza, gli organizzatori del Tour de France hanno dovuto accorciare la tappa conclusiva della gara per liberare uomini e mezzi.

Non è un’estate complicata. È un continente che brucia, nello stesso momento, per le stesse ragioni.

Sotto la superficie del mare va anche peggio. Il Mediterraneo, secondo i dati Copernicus, ha toccato punte di sei gradi sopra la media tra Liguria e Tirreno. A Jerzu, in Sardegna, il termometro ha segnato 48,2 gradi: record europeo per il mese di luglio. Il nostro mare si sta tropicalizzando. La Pinna nobilis, il grande mollusco che vive solo qui, rischia di sparire. Al suo posto arrivano pesce pappagallo e pesce scorpione. Non è una curiosità da documentario: cambia la pesca, cambia il turismo, cambia la vita di chi sta sulla costa.

E poi ci sono i numeri, quelli che di solito si evita di guardare. Tra il 1980 e il 2024 il clima estremo è costato all’Unione Europea 822 miliardi di euro. Solo negli ultimi quattro anni: 208 miliardi, più di un quarto del totale in 45 anni. Per l’Italia, tra il 2026 e il 2030, si stima una perdita di Pil vicina ai 130-150 miliardi di dollari. Il Potsdam Institute ha fatto un conto ancora più netto: i danni climatici globali potrebbero arrivare a 38mila miliardi di dollari l’anno entro il 2049. La transizione, oggi, ne costerebbe 6mila. Non serve un’ideologia per capirlo. Basta una calcolatrice.

Eppure il negazionismo vero, quello che diceva “il clima non cambia”, è quasi sparito. Al suo posto è arrivato qualcosa di più comodo: il climate delay. Nessuno nega più i fatti. Si dice solo che costa troppo agire ora, che è meglio aspettare tecnologie migliori, che tanto altrove inquinano di più. Giorgio Parisi lo ha detto senza giri di parole: anche questo negazionismo travestito produce danni, perché ogni anno perso è un anno di conto che si allunga.

Se questo trend continua senza una risposta politica globale, il Mediterraneo che conosciamo tra qualche decennio non ci sarà più. Non è allarmismo. È quello che dicono i dati, non le opinioni.

Ma i dati dicono anche un’altra cosa: prevenire costa sei volte meno che curare. Eppure i governi europei continuano a stanziare miliardi per tamponare le emergenze e briciole per evitarle. Non è più una questione tecnica, è una scelta politica precisa: chi decide oggi di non decidere, sta comunque decidendo, scegliendo di scaricare il conto sulle prossime generazioni.

E dimentica un’altra lezione, ovvero che prima o poi sarà la terra a decidere anche per noi.

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