Oddio è lunedì #281 – Chi si arma, prima o poi spara

14 anni e 9 mesi. È la pena che la Cassazione ha reso definitiva mercoledì scorso per Mario Roggero, il gioielliere di Grinzane Cavour che nel 2021 inseguì e uccise due rapinatori già in fuga dal suo negozio, ferendone un terzo. Venerdì si è costituito nel carcere di Bollate. E da lì ha lanciato un appello diretto al Presidente della Repubblica: “Mattarella ha graziato uno scafista che ha ammazzato trenta persone, ha graziato la Minetti, dovrebbe mettersi una mano sulla coscienza.”

Vale la pena partire da un film. La Grazia, l’ultimo lavoro di Paolo Sorrentino con Toni Servillo, presentato in apertura alla Mostra del Cinema di Venezia. Racconta gli ultimi mesi di mandato di un immaginario Presidente della Repubblica, chiamato a decidere su due domande di grazia. Non decide guardando ai codici, ma cercando di capire se ciò che ha davanti è autentico. Concede la grazia a una donna che ha ucciso il marito violento, pur senza un pentimento nelle forme classiche, perché ne riconosce la sincerità. La nega a un uomo che ha aiutato a morire la moglie malata, perché dubita che dietro quel gesto ci fosse davvero amore.

È un film sulla grazia come atto di discrezionalità morale, non come automatismo. Ed è esattamente il punto che si perde nel dibattito di questi giorni.

La grazia la concede il Presidente della Repubblica. Non il governo, non un ministro, non un partito. Lo dice l’articolo 87 della Costituzione, lo ha ribadito la Corte Costituzionale nel 2006. Eppure giovedì il ministro della Giustizia Carlo Nordio ha avviato di propria iniziativa l’istruttoria per la grazia a Roggero, prima ancora che qualcuno la chiedesse. Il Quirinale ha dovuto convocarlo per ricordargli, testualmente, “i limiti delle attribuzioni del ministro”. Una fuga in avanti che dice molto su come una parte della politica italiana guardi alle istituzioni: strumenti da piegare al consenso del momento, non da rispettare e onorare.

Poi c’è quello che nei titoli di questi giorni si legge quasi con imbarazzo, in fondo agli articoli. Nel 2005 Roggero aggredì il fidanzato di sua figlia. Andò a casa sua, lo insultò, lo colpì con dei pugni al volto. Quando arrivarono i genitori del ragazzo, tirò fuori una pistola e minacciò tutti e tre, costringendoli a barricarsi in casa. Patteggiò due mesi, convertiti in una multa.

Se quella sera la famiglia del ragazzo avesse reagito come oggi Roggero considera legittimo, rispondendo alla minaccia con la stessa logica, magari con un’arma, probabilmente non staremmo parlando del suo caso.

Il rimorso, o la sua assenza, non è un dettaglio. È il cuore della questione. Roggero, arrivato in carcere, ha detto di essere pentito “col senno di poi”, ma nello stesso momento ha accusato Mattarella di aver graziato altri. Ha chiesto il perdono come un diritto acquisito, non come una concessione da meritare. Non si chiede la grazia additando le leggi come sbagliate. Le leggi si rispettano. Soprattutto quando servono a tutelare la vita umana.

Non sono contrario a chi si difende. Sono contrario all’idea che armarsi per farsi giustizia da soli sia una soluzione. Quel compito spetta allo Stato, anche quando – ed è capitato troppe volte – non riesce a svolgerlo come dovrebbe.

Perché chi è armato, spara. Lo abbiamo visto di nuovo martedì notte a Trastevere, dove un romano di 33 anni ha sparato a un cameriere senegalese di 26 anni che gli aveva chiesto di non urinare in strada. Due colpi, uno dei quali lo ha ferito a un braccio, tra insulti razzisti.

Proviamo a immaginare cosa sarebbe successo a parti invertite. Se un cittadino straniero avesse sparato a un italiano per un rimprovero sulla pubblica via, saremmo già alla terza settimana di titoli, di generali che twittano, di leghisti in piazza, e parleremmo ancora di remigrazione. E invece la notizia è scivolata via in un paio di articoli.

Il tema delle armi è serio. Armarsi significa la giungla. E nella giungla non sono le persone perbene che vogliono solo difendersi ad avere la meglio: sono quelle che le armi le usano per offendere, per prime. Anche chi oggi liquida con superficialità l’uccisione di due rapinatori perde di vista una cosa semplice: farsi giustizia da soli non mina soltanto i principi dello Stato di diritto, ma pone le fondamenta per un Paese e delle città meno sicure. Gli Stati Uniti sono lì a ricordarcelo ogni giorno: quando le armi le hanno tutti, a sparare per primo non è chi deve difendersi, ma chi è disposto a uccidere.

Chi in questi giorni dichiara o twitta la qualunque su un caso in cui la giustizia ha fatto pienamente il suo corso, dovrebbe tenere a mente che chi si arma non si sente più sicuro. Si sente autorizzato. Ed è proprio quell’autorizzazione, quella scorciatoia dal senso dello Stato, che dovrebbe preoccuparci molto più di un ministro che sbaglia i suoi confini o di un gioielliere che non li ha mai riconosciuti.

Altri articoli