Oddio è lunedì #275 – Una comunità straordinaria per un tornado eccezionale

Novanta chilometri orari. È la velocità del vento registrata dalle centraline vicine all’epicentro del tornado che il 3 giugno, alle nove di mattina, si è abbattuto sul quadrante nord-est di Roma. Prati Fiscali, Conca d’Oro, Tufello: il mio Municipio, il Terzo, quello in cui sono nato, cresciuto, nel quale ho cominciato a fare politica.

In pochi minuti più di quaranta alberi sradicati, segnaletica distrutta, cassonetti ribaltati, chioschi smontati dalla forza del vento, macchine schiacciate, un distributore di benzina con il tetto sfondato da un pino.

Un ferito lieve. Un ferito lieve. È la frase che in queste ore ripeto come un mantra. Perché quando cammini tra via dei Prati Fiscali e largo Valtournanche, quando guardi cosa è rimasto di alcune aree che conosci a memoria, realizzi che poteva andare molto, molto peggio. Siamo stati fortunati.
 
Questa settimana ho percorso quelle strade insieme al sindaco Roberto Gualtieri e al presidente del Municipio Paolo Emilio Marchionne, durante il sopralluogo che Roma Capitale ha organizzato per fare una prima conta dei danni e stare vicino ai residenti. Ho parlato con persone che quella mattina erano in casa, in auto, al lavoro. La cosa che mi ha colpito di più non sono i danni — che pure erano evidenti — ma la reazione dei cittadini.

Una reazione che Gualtieri stesso ha citato durante il sopralluogo: “La macchina si è messa in moto immediatamente e, come vedete, i cittadini hanno molto apprezzato. Voglio ringraziarli perché si sono mossi da subito anche con uno spirito molto solidale, dando il senso di un quartiere che è anche una comunità.”

E in effetti: 32 operatori del Servizio Giardini con camion e cesti elevatori, 150 interventi della Polizia Locale, 150 dei Vigili del Fuoco, 7 squadre della Protezione Civile per un totale di 28 volontari e 6 coordinatori, più gli uffici tecnici del Municipio e di AMA. Trecento interventi in poche ore.

Chi temeva la solita Roma impantanata nella burocrazia ha dovuto ricredersi. E i cittadini lo hanno detto chiaramente al Sindaco mentre lo fermavano per la strada.

I danni stimati per la parte pubblica si avvicinano ai 500.000 euro. La parte privata, invece, abitazioni, esercizi commerciali, auto, è ancora in corso di quantificazione. Roma Capitale presenterà alla Regione la richiesta di riconoscimento dello stato di calamità naturale, il che potrebbe sbloccare risorse per ristorare chi ha subito perdite. Nel frattempo, nei giorni successivi al tornado, è stato attivato un presidio della Protezione Civile a largo Valtournanche per la ricognizione dei danni.
 
La tromba d’aria di mercoledì è stata un evento davvero eccezionale e straordinario. Gli esperti la classificano come un tornado con una frequenza di ritorno di circa 50 anni. Ma ciò che preoccupa davvero, come ha spiegato il sindaco, è che la frequenza di questi eventi è destinata ad aumentare.

Ed è qui che la cronaca locale si trasforma in questione globale. Perché quel tornado non è caduto dal cielo per caso. La formazione del vortice ha una spiegazione: dopo giorni di caldo anomalo, l’arrivo di aria instabile in quota ha incontrato l’energia termica accumulata sulla città.

Le piogge estreme a cui assistiamo negli ultimi anni sono eventi molto locali e si concentrano in un lasso molto breve di tempo. Lo spiega bene l‘Indice del Clima 2026 elaborato dal Sole 24 Ore: non è tanto la quantità di pioggia a essere cambiata, quanto la sua distribuzione. Lunghe fasi secche e anticicloniche, poi scariche violente e localizzate. Il vapore acqueo si accumula durante le settimane di caldo, poi esplode in poche ore su un quartiere.

Il Climate Risk Index 2026 colloca l’Italia al 16° posto tra i paesi più colpiti al mondo. Un Paese in cui la temperatura media è aumentata di 1,8°C negli ultimi 15 anni con punte di 2,3°C nelle città del Nord, fino al picco del 2024, l’anno più caldo dal 1961, con un’anomalia di +1,33°C rispetto alla media storica.

Nel 2024, tra gennaio e settembre, l’Italia ha registrato 1.899 eventi climatici estremi: 212 tornado, 1.023 nubifragi, 664 grandinate. Nel 2025, Legambiente ha documentato 376 eventi estremi con danni per 11,9 miliardi di euro.

Non è maltempo. È il clima che cambia velocemente.
 
L’Unione Europea non è rimasta con le mani in mano. Nel giugno 2021, il Parlamento europeo ha approvato la Legge Europea sul Clima: un atto vincolante che fissa la neutralità climatica dell’UE entro il 2050 e una riduzione netta delle emissioni di gas serra di almeno il 55% entro il 2030.

È la traduzione legislativa del Green Deal europeo, lanciato nel 2019. Nel 2024 la Commissione ha presentato un obiettivo intermedio per il 2040: una riduzione del 90% delle emissioni nette. Sono obiettivi ambiziosi, giuridicamente vincolanti, con meccanismi di monitoraggio ogni cinque anni.

Il problema è che gli obiettivi di legge non bastano da soli: servono risorse, piani e azioni concrete a scala locale. Le città, che ospitano più del 70% della popolazione europea, sono sia la principale fonte di emissioni, sia il teatro dove gli effetti del cambiamento climatico si sentono con più forza. Ed è lì che si vince o si perde la partita dell’adattamento.
 
Proprio per questo il 14 gennaio 2025 l’Assemblea Capitolina ha approvato la prima Strategia di Adattamento Climatico di Roma: 368 pagine, costruite con il contributo del Centro Euro-Mediterraneo sui Cambiamenti Climatici e di altri enti scientifici, dopo un lungo periodo di consultazione pubblica avviato nel gennaio 2024.

Roma è la prima grande città italiana a dotarsi di un piano organico di questo tipo. Il piano individua quattro priorità: il caldo e le isole di calore urbane (che già oggi producono impatti sulla salute, soprattutto nei quartieri più fragili); il rischio di alluvioni e inondazioni; l’erosione costiera; la sicurezza delle risorse idriche. In numeri: 400.000 romani vivono in aree a rischio idrogeologico; di questi, 145.000 sono esposti direttamente al rischio di esondazione, mentre il 9% della popolazione risiede in quartieri a rischio durante le ondate di calore prolungate.

Nel 2025, Roma ha completato il suo Piano Clima, ricevendo dalla Commissione europea il riconoscimento nell’ambito della Mission delle 100 città europee “carbon-neutral and smart cities by 2030”. Il Climate City Contract, come si chiama, si articola in sette ambiti: efficientamento energetico, mobilità sostenibile, reti elettriche, rinnovabili, decarbonizzazione, economia circolare e forestazione. Ottanta stakeholder, 493 azioni proposte verso la neutralità climatica.

Sul fronte degli alberi, che il tornado del 3 giugno ha riportato con brutalità al centro dell’attenzione, Roma sta realizzando un programma di forestazione urbana finanziato con fondi PNRR.

La prima annualità ha individuato 13 aree nel quadrante est della città per 136 ettari e la messa a dimora di 136.000 piante. La Città Metropolitana di Roma punta a piantare complessivamente quasi un milione di alberi e arbusti tra le diverse annualità del programma, con l’obiettivo di ridurre le isole di calore, migliorare la qualità dell’aria e rafforzare la sicurezza idrogeologica del territorio.

Sono piani seri, costruiti con metodo. Ma poi arriva un tornado di 90 km/h e abbatte in dieci minuti quartanta alberi di un quartiere. E si capisce subito che l’adattamento climatico non è una policy del futuro, ma un’emergenza del presente.
 
Camminare tra le strade del III Municipio dopo il tornado è stata un’esperienza che ti rimette le cose in prospettiva. Conosco quei viali, quegli alberi, quei negozi. Ho incontrato residenti che erano ancora sotto shock, commercianti che non sapevano da dove cominciare, persone che raccontavano di aver sentito un rumore mai sentito prima. Amici che ti raccontano di aver capito solo dopo ore di aver rischiato la propria vita.

Ho anche visto la risposta della città. Rapida, coordinata, concreta. Ho assistito alla solidarietà di chi, invece di pensare alla propria auto ammaccata, ha promosso collette per ricostruire lo storico chiosco di fiori che dà lavoro ad un padre di famiglia con due figli. Ho sentito i ringraziamenti spontanei di chi aveva visto i tecnici al lavoro fin dalle prime ore. Non è scontato.

E quando una città risponde bene a un’emergenza, bisogna riconoscerlo. Non per fare propaganda, ma perché riconoscere le cose buone quando accadono è l’unico modo per rivendicare la ricchezza di una comunità.

Il punto, però, è un altro. Quel tornado “straordinario” non è stato un incidente isolato. È la fotografia di un clima che sta cambiando, e che cambierà ancora. I piani esistono. Le risorse europee ci sono. La strategia di adattamento è stata approvata.

Ora bisogna avere la pazienza e l’urgenza di attuarla, quartiere per quartiere, albero per albero, prima che arrivi il prossimo evento estremo. Perché la prossima volta potremmo avere meno fortuna.

Altri articoli