Oddio è lunedì #276 – Chi controlla il futuro? La risposta giusta non può essere Elon Musk.

Venerdì 12 giugno, mentre i tifosi di calcio del pianeta si accingevano a guardare le prime partite dei mondiali di calcio americani, SpaceX, l’azienda fondata da Elon Musk, si è quotata in borsa al Nasdaq.

Ha raccolto 75 miliardi di dollari nell’offerta pubblica iniziale più grande della storia dei mercati finanziari. Al momento della chiusura, il titolo aveva già guadagnato il 19% rispetto al prezzo di collocamento. Numeri da capogiro. Ma c’è un dettaglio che mi ha colpito più di tutti gli zeri.

Elon Musk mantiene l’85% del potere di voto grazie a una struttura azionaria dual-class. Significa che il mercato compra SpaceX, ma non ne controlla la direzione. Gli investitori saranno economicamente esposti, ma il loro peso decisionale resterà molto limitato.

Insomma, Musk incassa i soldi di tutti. Le decisioni le prende da solo.

Questo non è solo un tema finanziario. È un tema politico. Perché quando un’azienda privata controlla la rete satellitare globale, i razzi che portano astronauti nello spazio e un’intelligenza artificiale integrata nello stesso ecosistema, controlla un’infrastruttura pubblica. Ha in mano il potere, ma senza aver ricevuto un mandato democratico. È un modello in cui il valore viene distribuito a chi lo ha già, e le decisioni le prende chi detiene più azioni speciali. La domanda non è se SpaceX sia una bella azienda — probabilmente lo è.

La domanda è: chi definisce le regole del gioco?

È proprio su questo che vale la pena fare un passo indietro e guardare quello che sta succedendo in Italia e soprattutto a Roma.

Ieri in Campidoglio abbiamo presentato Jazz’Inn Capitale, l’evento che si terrà dal 9 al 13 novembre di quest’anno e che porterà all’Acquario Romano uno dei format più interessanti d’Italia sull’innovazione dal basso. Insieme al Sindaco Roberto Gualtieri e alla Fondazione Ampioraggio che lo organizza, abbiamo voluto fortemente che questo importante forum di confronto delle buone pratiche sulla trasformazione tecnologica si tenesse a Roma. Nel mio intervento in Campidoglio ho provato a mettere sul tavolo un’idea che mi sta a cuore e che ritengo centrale per capire cosa vogliamo essere come città.

L’Istituzione non è il cliente dell’innovazione. È il suo abilitatore.

Non siamo qui a comprare tecnologia da chi la produce. La nostra missione è quella di costruire un ecosistema fatto di regole, infrastrutture, competenze e partecipazione civica, in cui il valore generato dall’innovazione resti sul territorio e venga distribuito, non concentrato.

Sintetizziamo questo concetto con due parole: co-intelligenza urbana. Non è uno slogan. È un metodo: la mano pubblica che guida, l’open innovation come pratica quotidiana, un ecosistema che non finisce con un bando, ma che vive attraverso una co-progettazione permanente, necessaria per centrare i veri bisogni delle persone.

Il risultato più tangibile di questa strategia si chiama Smart City Award di Barcellona, il premio che Roma ha vinto con il progetto “Rome: the City is transforming”. Quel premio non riconosce una tecnologia, bensì una strategia di lungo periodo.

Torno a Musk. E torno a una domanda semplice. SpaceX vale oggi più di 2.000 miliardi di dollari. Nel 2025 ha registrato quasi 5 miliardi di perdite. Gli investitori non stanno pagando per quello che SpaceX produce oggi, ma per quello che si aspettano che produca domani. Stanno comprando una visione. E quella visione appartiene a una persona sola.

Il modello opposto, quello pubblico che stiamo costruendo a Roma, parte da una premessa diversa: il valore non arriva alla fine dell’innovazione. Si costruisce durante. E deve restare dove viene prodotto.

Un euro investito nel 5G pubblico, infrastruttura di cui Roma si è dotata, non è uguale a un euro speso per comprare tecnologia da una piattaforma americana. Nel primo caso c’è un plusvalore sociale, civile, occupazionale che resta sul territorio. Nel secondo, il valore viaggia verso chi detiene le azioni, senza necessariamente aver fatto nulla per la collettività.

A novembre all’Acquario Romano proveremo a dimostrarlo concretamente. Far diventare Roma una città intelligente significa avere una visione chiara: fare di Roma e della sua area metropolitana un ecosistema urbano dell’innovazione, valorizzando il capitale umano, le competenze diffuse, il sistema della conoscenza e la partecipazione civica.

Jazz Inn non è una fiera né un convegno. È un laboratorio umano. Dove le persone, non gli algoritmi, decidono come sarà la città che lasceremo ai nostri figli.

Questo è il tipo di futuro che voglio contribuire a costruire. Non uno in cui il potere si concentra nelle mani di chi ha più azioni speciali, bensì uno in cui il potere si distribuisce tra chi abita, lavora, vive e partecipa.

Chi controlla il futuro? La risposta giusta non è Musk. Siamo noi.

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