Oddio è lunedì #265 – la nuova sfida è difendere i nostri diritti, i nostri volti, le nostre vite

In Danimarca è arrivata in Parlamento una proposta di legge pionieristica quanto urgente: il riconoscimento del diritto d’autore sui volti e sulla voce delle persone. L’iniziativa, la prima in Europa, mira a proteggere le persone dai cosiddetti “deepfake” — rappresentazioni digitali realistiche create con l’intelligenza artificiale che imitano l’aspetto, la voce o i gesti di qualcuno, spesso senza il suo consenso. La proposta squarcia il dibattito teorico europeo fin qui sterile e tocca il cuore della questione più delicata del nostro tempo: l’uso senza limiti dell’intelligenza artificiale e il rischio che gli strumenti di manipolazione digitale diventino armi contro la verità e contro la dignità individuale.

Oggi, con un clic, si possono generare immagini e video in cui i corpi e i visi vengono strappati alla loro autenticità per costruire fake news virali. Per gioco la foto di corredo a questo articolo ritrae me e la consigliera capitolina Carla Fermariello durante l’assemblea capitolina in versione cartoni animati.  Tuttavia basta ricordare il video postato da Donald Trump che mostrava il falso arresto di Barack Obama, o la fotografia diffusa in rete in cui Vladimir Putin porta a spasso Trump al guinzaglio come un cane, per comprendere quanto queste manipolazioni possano essere gravi. 

Scene surreali certo, ma capaci di inquinare il dibattito pubblico e di condizionare la percezione collettiva. Se tutto è falsificabile, se ogni volto può essere deformato e piegato a una narrazione ingannevole, allora si rischia di smarrire ciò che abbiamo di più prezioso: noi stessi. I nostri volti. Le nostre voci. La nostra identità digitale che ormai arriva più velocemente di quella reale. 

In Italia, mentre in Europa si discute del diritto all’immagine, si intensifica il dibattito sulle norme che permetterebbero l’uso dei tabulati telefonici — inclusi i file log dei cellulari — per le indagini. Una banca dati sconfinata: spostamenti, conversazioni, attività digitali, tutto ciò che quotidianamente costruiamo senza rendercene conto. Uno strumento potenzialmente utilissimo, ma che porta con sé un interrogativo preoccupante: chi custodirà quei dati? Chi avrà il potere di accedervi? E soprattutto: come impedire che queste informazioni, così invasive, cadano nelle mani sbagliate? La Corte di Giustizia Europea, nella sentenza C-178/22, ha chiarito che l’accesso è consentito solo per reati gravi (pena minima di tre anni) e solo se giustificato e proporzionato, evitando abusi che possono ledere la privacy. Tuttavia le preoccupazioni non sono solo teoriche: nel 2025 è scoppiato uno scandalo nazionale quando alcuni giornalisti italiani sono stati spiati con spyware militare sofisticato. Un precedente che rende ancora più urgente fissare limiti chiari e garanzie solide.

Da un lato, la tecnologia può ricostruire, distorcere, manipolare il reale; dall’altro, può incatenare, tracciare, invadere ogni frangente della nostra vita quotidiana. Se perdiamo il controllo del nostro volto, della nostra voce, di ciò che facciamo e guardiamo in rete, perdiamo un pezzo di ciò che ci rende umani. Ma se permettiamo che chiunque — Stato, aziende, hacker — acceda senza garanzie ai nostri dati digitali, a quei tracciati invisibili che raccontano dove siamo stati, con chi abbiamo parlato, cosa abbiamo cercato, allora rischiamo di soccombere a un’autorità senza volto e che troppo spesso non chiede scusa quando sbaglia. 

A Milano in questi giorni sono stati scarcerati gli indagati nell’inchiesta sull’urbanistica. È un promemoria del garantismo: una certezza per chi crede nella presunzione d’innocenza. Io lo sono sempre stato, e resto convinto che nelle nostre democrazie questo principio debba guidare ogni decisione e ogni commento pubblico. Mi permetto di dire che chi, nei giorni degli arresti, si è abbandonato a facili commenti giustizialisti oggi dovrebbe avere l’onestà di chiedere scusa. Perché i processi si celebrano nei tribunali, non sui social, e la dignità delle persone non è un gioco da calpestare sull’onda dell’indignazione del momento.

Difendere i nostri diritti, i nostri dati, i nostri volti, le nostre vite: questa è la sfida di cui si deve far carico la politica del nostro tempo e questa è anche la ragione che mi ha spinto in questi anni ad occuparmi sempre più spesso di questi temi che stanno rivoluzionando le nostre vite. 

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