Oddio è lunedì #266 – morto un Presidente, se ne fa un hashtag

Questa settimana sui social è rimbalzato l’hashtag #TrumpIsDead. Una notizia che, almeno fino a ora (31 agosto), non trova conferme ufficiali dalla Casa Bianca. Nessun comunicato, nessun bollettino medico, soltanto una foto del Presidente al golf club in Virginia, circondato dai nipoti, a dimostrare che la voce era infondata. O forse no?

Non ci interessa qui stabilire la veridicità del fatto — per quello ci sono i giornalisti seri e le smentite istituzionali. Proviamo invece a fare un piccolo esercizio di immaginazione: cosa accadrebbe se davvero fosse morto un leader politico, e la notizia venisse trattenuta qualche giorno prima di essere comunicata? E soprattutto per quale ragione potrebbe essere occultata per qualche tempo?

Diciamo subito che non è una novità. Nella storia è già accaduto: Stalin nel 1953, la cui morte fu resa pubblica solo quando il Politburo aveva sistemato la successione; Franco in Spagna, nel 1975, quando per settimane il Paese viveva di bollettini sanitari ambigui; o Kim Jong-il in Corea del Nord, la cui scomparsa fu annunciata solo due giorni dopo, a giochi fatti. Persino piu recentemente in Unione Sovietica, con Černenko e Brežnev, gli annunci ufficiali arrivavano solo quando il nuovo leader era già stato deciso.

Queste pratiche si riscontrano più spesso in regimi autoritari o dittatoriali, dove il controllo dell’informazione è stretto. Nei sistemi democratici, invece, di norma le morti di capi di Stato o di governo vengono comunicate rapidamente, anche se non mancano casi di ritardi di poche ore per ragioni protocollari.

Ora, sgomberiamo il campo: non stiamo entrando nel tunnel del complottismo. Non serve immaginare segrete stanze piene di fumo o piani di insabbiamento hollywoodiani. Si tratta piuttosto di un dato politico: la gestione del tempo, anche di poche ore, può cambiare radicalmente la storia.

E allora ipotizziamo un attimo di fare finta che la notizia sia vero. Se il Presidente degli Stati Uniti morisse davvero subito dopo il vertice in Alaska con Putin, e prima ancora di avviare un negoziato serio tra Russia e Ucraina, che cosa succederebbe? Il vicepresidente assumerebbe i poteri, certo, ma probabilmente servirebbe tempo perché la macchina istituzionale americana si riassestasse. Gli equilibri internazionali diventerebbero più fragili: Mosca e Pechino potrebbero tentare di sfruttare l’incertezza; l’Europa si troverebbe a dover fare i conti con un vuoto di leadership; e la stessa trattativa tra Kiev e Mosca rischierebbe di saltare, almeno per un po’. E se la morte necessitasse di un’autopsia per accertarne le cause? Di certo il dubbio di un complotto circolerebbe nella rete, complice anche la fama costruita da Putin in questi anni. Intendiamoci Putin non è mai stato formalmente incriminato da un tribunale internazionale per omicidi politici. Tuttavia sono numerosi gli episodi che gli vengono attribuiti in quanto mandante. Ultimo in ordine di tempo la morte di Yevgenij Prigozhin, leader della Wagner, morto in un incidente aereo dopo la fallita rivolta contro Mosca del 2023. 

Vi chiedo scusa per questo gioco macabro, tuttavia per me utile a ricordarci che le istituzioni sono fatte anche di corpi e di persone. E quando quei corpi cedono, anche le democrazie più robuste devono dimostrare di saper reggere l’urto. Per fortuna, almeno per lui, l’unica certezza è che Donald Trump è vivo, in pantaloni da golf e con cappellino rosso in testa. Ma la lezione resta: la comunicazione politica, quando si tratta della vita o della morte di un leader, non è mai un dettaglio. Questa settimana ci ricorda una volta di più che anche la storia più improbabile, se gestita male, può trasformarsi in caos globale e provocare danni irreparabili. 

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