Oddio è lunedì #279 – Il robot che dice di essere venuto per aiutare, non per sostituire

Mercoledì scorso, al congresso della Uil a Padova, un robot umanoide con tanto di maglietta e fazzoletto sindacale al collo si è avvicinato alla premier Giorgia Meloni, seduta in prima fila, e le ha detto: “È un grande onore darle il benvenuto. Sono qui per aiutare, non per sostituire.”

La premier, sorpresa ma sorridente, ha ricambiato: “Grazie a lei.” Una scena curiosa, quasi comica. Ma dietro quel siparietto si nasconde una domanda seria, che riguarda tutti noi: cosa faranno davvero i robot umanoidi a partire da domani?

A Pechino non stanno scherzando per niente. UBTech Robotics, colosso sostenuto dal governo cinese, ha lanciato U1, un robot umanoide pensato non per la fabbrica ma per il salotto di casa: conversa, riconosce le emozioni, ricorda le terapie e può persino essere personalizzato con il volto di un parente scomparso. Il CEO del marchio non usa mezzi termini: “Non ti tradirà mai e ti amerà incondizionatamente”, promette a chi lo acquista.

Il modello base costa 15.500 euro, ma si sale anche a molto di più. Dietro lo slogan commerciale c’è un dato durissimo: in Cina vivono 118 milioni di anziani senza figli in casa e quasi 90 milioni di adulti soli.

Non è fantascienza, è demografia: Pechino sta trasformando la solitudine in un mercato, e i robot sono già in servizio in una casa di riposo di Qingdao, dove accolgono gli ospiti, distribuiscono le medicine e cantano con loro.

Il caso tedesco è meno spettacolare, ma più concreto e soprattutto molto più vicino a noi. Nella casa di riposo Marienheim di Siegen è già operativo Pepper, il robot sociale che affianca gli operatori nel lavoro biografico con gli ospiti, dentro un progetto di ricerca federale da 20,5 milioni di euro.

Non è un vezzo tecnologico: l’istituto di statistica tedesco stima che nel 2049 mancheranno tra i 280 e i 690 mila operatori socio-assistenziali. Oggi, su cento ultraottantenni, ci sono appena undici addetti alla cura. Non stupisce che quasi un terzo del personale delle strutture per lungodegenza lasci il lavoro entro un anno. Il robot, lì, non sostituisce l’affetto: prova a tappare un buco strutturale che il mercato del lavoro non riesce più a colmare.

Il fenomeno ovviamente non è soltanto cinese o tedesco. Negli Stati Uniti, il progetto pilota con ElliQ nello Stato di New York, su circa 800 anziani, ha registrato una riduzione del 95% del senso di solitudine. Sono gli stessi utenti a ribadirlo e a fare pubblicità al modello. Il Giappone, pioniere per necessità demografica, ha portato robot come Pepper e Parlo nelle case di riposo da oltre un decennio.

E l’Italia? Il nostro Paese non sta a guardare già da un po’: R1 dell’Istituto Italiano di Tecnologia di Genova e GENE.01, sviluppato dallo spin-off Generative Bionics, puntano proprio sull’assistenza agli anziani come frontiera applicativa, in un contesto demografico non troppo diverso da quello tedesco. GENE.01 è stato presentato al Consumer Electronics Show (CES) 2025 di Las Vegas, grazie a un finanziamento di 70 milioni di euro, il più importante round europeo nel settore deep tech.

Ed è qui che la vicenda diventa politica, non solo tecnologica.

Il Regolamento europeo sull’intelligenza artificiale avrebbe dovuto rendere pienamente operative, dal 2 agosto 2026, le regole più severe per i sistemi ad alto rischio, categoria in cui rientrano proprio le tecnologie sanitarie e assistenziali. Ma il 29 giugno scorso il Consiglio dell’Unione Europea ha approvato il pacchetto “Digital Omnibus”, che rinvia quelle regole al 2027 e al 2028.

Un rinvio tecnico, dicono a Bruxelles, per semplificare un impianto normativo troppo complesso e dare più tempo alle imprese per adattarsi. Ma il tempismo non è casuale: mentre l’industria dei robot da compagnia accelera a ritmi cinesi, l’Europa allenta proprio le uniche regole pensate per proteggere le persone più fragili da un mercato che, come dimostra il caso UBTech, non ha remore a vendere “amore incondizionato” a 15.500 euro.

È la stessa Europa di cui parlava Draghi quando diceva che siamo, “per la prima volta a memoria d’uomo, davvero soli insieme”: sola contro Cina e Stati Uniti nella corsa tecnologica, e ora anche più sola nella tutela dei suoi cittadini più fragili.

Non si tratta di essere tecnofobici. Un robot che ricorda una terapia, che avvisa in caso di caduta, che tiene compagnia nelle ore vuote del pomeriggio, può davvero migliorare la vita di chi è solo. Ma la vera domanda non è se i robot funzionino e siano utili, ma chi scrive le regole di questo mercato, e per chi vengono scritte.

Per la dignità di chi invecchia o è solo, o per la crescita di chi vende macchine? Il robot di Padova ha detto a Meloni di essere venuto “per aiutare, non per sostituire”. L’ho trovata una bella frase ad effetto, che tuttavia sembra più un auspicio che la realtà. Per ora, temo sia il mercato a decidere per noi, perché le regole arrivano sempre un passo dopo.

E a pensarci bene, il conto è presto fatto: un giorno tenere aperta una casa sociale degli anziani e del quartiere a Roma potrebbe costare di più di un robot di compagnia capace di giocare a burraco. È un paradosso che dice già tutto.

Chi mi conosce sa quanto creda nell’innovazione, nella capacità della tecnologia di restituire benessere, tempo e qualità della vita alle persone.

Ma perché questo accada davvero servono visioni politiche capaci di tenere testa al mercato, di spezzare il potere ormai quasi assoluto delle big tech, e di garantire a tutti, non solo a chi può permetterselo, gli strumenti con cui si programma il futuro delle nostre città.

Non basta enunciare principi. Servono leggi. Serve una tassazione diversa. Serve redistribuire il reddito. E serve, senza ipocrisie, rendere il lavoro di un robot più costoso di quello di un essere umano. Altrimenti a vincere non sarà l’innovazione. Vincerà solo chi la possiede.

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