Oddio è lunedì #278 – L’Europa brucia e non per la guerra

L’Europa brucia: l’estate 2026 si annuncia come la più calda mai registrata, le trombe d’aria improvvise si abbattono su città che non sono attrezzate per reggerle, le grandinate sotto quaranta gradi diventano la normalità di luglio. Non è una questione di sfortuna.

C’è una parola che dobbiamo abituarci a non usare più se vogliamo seriamente limitare le catastrofi che stanno arrivando: fatalità. I disastri climatici non sono fatalità. Sono il prodotto di scelte politiche, di priorità sbagliate, di risorse mai investite nella prevenzione.

A Roma oltre 400 mila persone vivono in aree a rischio idrogeologico. Quasi il 10% della popolazione abita in quartieri dove l’ondata di calore si somma alla vulnerabilità sociale ed economica. La temperatura media annua della città è già superiore di 2,5 gradi rispetto alla media degli anni Novanta. Nel 2024 abbiamo registrato l’estate più calda mai misurata in città. E probabilmente quest’anno il primato passerà a questo 2026.

Noi sappiamo già cosa sta arrivando. La differenza, l’unica differenza che conta, è cosa facciamo adesso.

Nel gennaio del 2024, Roma Capitale ha approvato la prima Strategia di adattamento climatico della sua storia: un documento che individua priorità, misure e finanziamenti per preparare la città agli impatti del cambiamento climatico fino al 2050. Un percorso lungo, costruito con sette conferenze pubbliche nei Municipi, con il coinvolgimento dei cittadini, degli enti scientifici, del mondo della ricerca.

Il Sindaco Roberto Gualtieri presentando il piano ha detto una cosa semplice ma importante: “Siamo il primo Comune ad adottare una vera strategia di adattamento, perché noi non intendiamo far finta di niente“.

Non fare finta di niente significa: sappiamo che le bombe d’acqua arriveranno più spesso, sappiamo che il Tevere potrà esondare, siamo consapevoli che certe zone della città sono isole di calore dove d’estate si muore. E cosa ancora più importante, sappiamo che le conseguenze del cambiamento climatico impattano maggiormente sulle fasce più deboli della popolazione, ampliando le disuguaglianze sociali ed economiche.

Per questo la strategia è scritta nero su bianco, con i costi da mettere in bilancio, i finanziamenti da recuperare, le competenze da mettere in campo.

Il Piano Clima approvato dall’Assemblea Capitolina ha segnato degli obiettivi: ridurre le emissioni del 66,6% e investire 16 miliardi di euro per raggiungere la neutralità carbonica. La Commissione europea ha certificato la qualità del lavoro con il Climate City Contract Label, inserendo Roma tra le cento città europee della Missione UE per città intelligenti e a zero emissioni entro il 2030.

Tuttavia, nelle ultime settimane alcuni leoni da tastiera che si preparano a candidarsi alle prossime elezioni amministrative del 2027, invece di parlare del cuore del problema, stanno strumentalizzando il tema dell’abbattimento degli alberi per accaparrarsi qualche like. Per rispondergli è giusto allora guardare i dati, e guardarli onestamente.

Tra il 2021 e il 2025, a Roma sono stati abbattuti 29.000 alberi. Nello stesso periodo ne sono stati piantati 67.000. Il saldo è positivo per 37.000 unità, il più alto nella storia della città.

Nel solo 2026 sono stati messi a dimora altri 6.000 alberi stradali. Solo nel III Municipio, in questo periodo, sono in corso 704 nuove piantumazioni: sofore, celtis, tigli e pyrus che stanno ridisegnando il verde stradale del quadrante nord.

Perché vengono abbattuti gli alberi? Le ragioni sono principalmente due. La prima è la sicurezza: nel 2025 si sono verificati oltre 600 crolli di alberi in città, in alcuni casi con conseguenze gravi per i cittadini. La seconda è la cocciniglia tartaruga, un parassita nordamericano che sta decimando i pini romani. Non è una scusa: è un’emergenza fitosanitaria reale, documentata dagli agronomi.

Questo non significa che ogni abbattimento sia inevitabile o che il dibattito sulla trasparenza non sia legittimo. Lo è, e su questo i comitati dei cittadini hanno ragione a chiedere perizie indipendenti e dati accessibili. Ma il racconto social secondo cui “Roma taglia gli alberi senza piantarne di nuovi” è semplicemente falso.

C’è un progetto che racconta bene come si può fare innovazione anche sulla gestione del verde. Si chiama GreenSpaces, è una piattaforma digitale realizzata con tecnologie satellitari da R3GIS, e consente a Roma Capitale di mappare, monitorare e programmare la manutenzione di ogni singolo albero della città.

Da novembre 2025 è partito un progetto ancora più ambizioso: 83.500 alberi, quelli lungo le strade principali, nelle ville storiche, nei parchi, stanno ricevendo ciascuno un proprio gemello digitale. Uno scanner crea una copia virtuale dell’albero con tutti i suoi dati botanici, biometrici e strutturali.

Il sistema poi simula cosa succederebbe in caso di vento forte, piogge intense, ondata di calore: chi rischia di cadere, chi regge. Non più valutazioni visive discrezionali: algoritmi, dati, previsioni.

Vallo a spiegare a chi urla davanti al suo cellulare davanti a un ceppo, che Roma ha sviluppato questo progetto in collaborazione con il MIT di Boston e i Carabinieri Forestali, nell’ambito del programma Smart Urban Forest Monitoring. È la prima città italiana a farlo.

Entro la fine del 2026 sarà disponibile un portale pubblico dove ogni cittadino potrà vedere lo stato di salute dell’albero sotto casa sua. È questo il modo in cui si affronta la fragilità urbana: non ignorandola, non nascondendola, ma misurandola e agendo di conseguenza.

Mentre l’Europa cerca di tenere la rotta sugli obiettivi di riduzione delle emissioni e Roma fa la sua parte, al governo del Paese c’è ancora chi tratta il cambiamento climatico come un’opinione. Non come un dato scientifico incontrovertibile, ma come una delle tante narrative possibili da bilanciare con le esigenze della produzione.

Questa posizione non è solo italiana: è la posizione ufficiale dell’amministrazione Trump, che ha riportato gli Stati Uniti fuori dagli accordi di Parigi, tagliato i finanziamenti alla ricerca climatica, smantellato le protezioni ambientali costruite in decenni. È una scelta consapevole, non una svista. Una scelta che guarda il dito e non ciò che indica.

Il problema è che il clima non aspetta le ideologie.

Le bombe d’acqua che si abbattono su Roma d’estate non chiedono il tuo orientamento di voto prima di allagarti il quartiere. E le 400 mila persone che vivono in aree a rischio idrogeologico non possono permettersi il lusso del negazionismo.

La differenza tra una città che resiste ai cambiamenti climatici e una che non regge sta tutta nelle scelte fatte anni e decenni prima. Roma ha scelto di guardare in faccia la realtà. È una scelta amministrativa, ma è anche e soprattutto una scelta politica.

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