In molti ci ricordiamo dove fossimo il 9 luglio del 2006.
Io mi trovavo nel locale che ospita la sezione PD del Nuovo Salario di fronte a un maxischermo. Avevo appena cominciato la mia prima esperienza nel consiglio municipale del III Municipio di Roma e quella sera, come tutti gli italiani, stavo aspettando che Fabio Grosso prendesse la rincorsa e trasformasse il rigore che ci avrebbe consegnato il quarto titolo mondiale. Quando la palla entrò in rete e Barthez rimase impietrito sul palo, capii una cosa semplice: il rigore decisivo te lo guadagni sul campo, non te lo regala nessuno.
Vent’anni dopo stiamo ancora aspettando. Ma questa volta speriamo che ce lo regalino.
Da settimane circola con insistenza l’ipotesi di un ripescaggio dell’Italia ai Mondiali 2026 al posto dell’Iran. La storia è nota: le tensioni diplomatiche tra Washington e Teheran, le difficoltà di visto per i dirigenti della federazione iraniana e le dichiarazioni di Paolo Zampolli, diplomatico italo-americano vicino a Trump, che ha alimentato il sogno azzurro. La FIFA, però, ha già risposto con estrema chiarezza: l’Iran parteciperà al Mondiale e giocherà le proprie partite negli Stati Uniti. Il presidente Gianni Infantino lo ha ribadito pubblicamente più volte. Punto. Lo ha fatto perché è giusto così e perché la pace passa anche dal rispetto dei meriti altrui.
Eppure abbiamo passato settimane a parlare di questo. A sperare. A costruire scenari diplomatici sempre più fantasiosi. Invece di chiederci perché siamo stati eliminati per la terza volta consecutiva nelle qualificazioni, ci siamo messi ad aspettare un colpo di fortuna geopolitica. Invece di fare i conti con quello che non funziona nel calcio italiano, abbiamo sperato nel condono sportivo. È il vizio italiano delle scorciatoie, che non riguarda solo il pallone: lo ritroviamo in politica, nel mondo del lavoro, nella cultura del favore che resiste e che puntualmente ci frena.
La buona notizia è che qualcosa finalmente si muove nella direzione giusta. La Lega Serie A ha indicato all’unanimità Giovanni Malagò come candidato alla presidenza della FIGC: 18 club su 20 hanno sottoscritto la candidatura, alla quale si sono aggiunti calciatori e allenatori. Il voto è fissato per il 22 giugno. Malagò ha ancora qualche giorno per sciogliere la riserva, ma la direzione è tracciata. L’esperienza di Malagò al CONI ha dimostrato che si può fare. Lo sport italiano a Tokyo prima e a Parigi poi ha raggiunto risultati olimpici straordinari, costruiti con metodo, con investimento sui giovani, con chiarezza degli obiettivi. Non ci siamo qualificati alle Olimpiadi per via di un favore del CIO. Ci siamo qualificati perché avevamo lavorato per farlo. Quella cultura della serietà e del merito ha bisogno di contagiare urgentemente il calcio italiano. Se Malagò porterà alla FIGC lo stesso approccio sistematico e di lungo periodo con cui ha guidato il CONI, non avremo bisogno di sperare in nessun ripescaggio. Dovremo solo qualificarci, come si è sempre fatto.
Quel rigore di Grosso, nella sala di Nuovo Salario, lo ricordo ancora chiaramente. L’Italia quella sera aveva vinto perché se l’era guadagnata. Nessuno ce l’aveva regalata. È da lì che bisogna ripartire. Nel calcio così come per il futuro del nostro Paese.

