Oddio è lunedì#285
Report senza Ranucci: la credibilità non si difende con il tifo
Il 28 agosto la Rai ha tolto la conduzione di Report a Sigfrido Ranucci. Al suo posto, da settembre, ci saranno Giulia Presutti e Daniele Piervincenzi. È la fine di un’epoca per uno dei pochissimi programmi d’inchiesta rimasti nella tv pubblica italiana. Sembra una storia semplice, ma non lo è. La vicenda è piena di trappole ideologiche.
Parto da un punto fermo: Report è uno degli ultimi baluardi del giornalismo d’inchiesta di questo Paese, uno dei pochi programmi che ancora prova a fare domande scomode al potere, a qualunque colore politico appartenga. Per questo va difeso, sempre. E chi, in queste settimane, ha remato contro Report per convenienza politica ha fatto un pessimo servizio alla democrazia.
Difendere un programma, però, non significa fare il tifo per chi lo conduce. E in questa storia, per troppe persone, le due cose si sono confuse.
Seguo Report fin dai tempi di Milena Gabanelli. Nel tempo, con il passaggio della conduzione a Ranucci, qualcosa è cambiato, e non solo in meglio. La spina dorsale è rimasta la stessa: inchieste, conflitti di interesse, i soldi pubblici seguiti fino in fondo.
Ma nel metodo, sotto la guida di Ranucci, il sensazionalismo della notizia è arrivato troppe volte prima della verifica scrupolosa dei fatti, prima di quella forma di garantismo che il giornalismo d’inchiesta, proprio perché più esposto, dovrebbe custodire più di ogni altro.
Va detto per onestà intellettuale: gli ascolti non raccontano un programma morente. La stagione 2025-2026 si è chiusa con una media dell’8,81% di share e un picco dell’11,9% nell’ultima puntata di maggio. Il problema di Report non è il pubblico che se ne va, ma la credibilità che si consuma dall’interno.
E si consuma per una ragione precisa. Nell’ottobre 2025 un’autobomba ha distrutto l’auto di Ranucci davanti a casa sua. Un fatto gravissimo, che ho condannato senza alcuna ambiguità: colpire un giornalista è colpire la libertà di informazione di tutti. Eppure, con il passare dei mesi l’inchiesta ha preso una piega che un anno fa nessuno avrebbe immaginato.
Valter Lavitola, faccendiere amico di Ranucci, si è dichiarato mandante dell’attentato, indicando come possibile movente proprio quello di agevolare una discesa in campo politica del giornalista. Le sue dichiarazioni restano contraddittorie e prive di riscontri. Ma il solo fatto che nell’inchiesta sull’attentato compaia il nome di un amico di Ranucci, con questo tipo di movente, ha aperto un vulnus di credibilità che nessun comunicato di solidarietà può richiudere.
Report è più grande di chi lo conduce. Ma quando il conduttore si sovrappone al programma, ogni ombra sul primo diventa un’ombra sul secondo.
E in questi mesi Ranucci ha imboccato con chiarezza crescente la strada della politica: presentazioni di libri, uno spettacolo teatrale in tour per la Sicilia, la partecipazione alla festa di AVS “Terra!” in programma a Roma a settembre. Angelo Bonelli ha smentito ogni ipotesi di candidatura, ma nel frattempo si parla apertamente di liste M5S o AVS alle prossime politiche. È una scelta legittima, nelle sue corde. Ma è incompatibile con la guida di un programma d’inchiesta che alla politica e al potere deve poter fare le pulci senza il sospetto di una convenienza personale.
Poi ci sono le parole. Da giornalista iscritto all’albo da vent’anni, trovo inaccettabili i toni con cui Ranucci ha liquidato i suoi successori: la scelta della Rai definita “mediocre”, “la morte di Report”. Non si dovrebbe parlare così nemmeno di un avversario politico, figuriamoci di due colleghi che hanno vinto un concorso pubblico — non sono entrati in Rai con le raccomandazioni con cui in questo Paese si entra ovunque.
Giulia Presutti ha 36 anni, è inviata di Report dal 2018, è stata finalista al Premio Morrione di giornalismo investigativo, ha lavorato a RaiNews24 e per NBC News a Londra. Daniele Piervincenzi è il giornalista che nel 2017 fu aggredito dal clan Spada a Ostia mentre faceva domande scomode. Chiamarli “mediocri” è baronismo.
Ed è qui il punto vero, quello che riguarda tutti noi che paghiamo il canone: la Rai è lottizzata, amministrata da chi vince le elezioni, da sempre. E nelle parole di Ranucci – come in certi editoriali di Marco Travaglio – leggo un malcelato fastidio verso l’idea che giornalisti più giovani possano crescere, essere più bravi, portare metodi nuovi nella comunicazione pubblica. È lo stesso giustizialismo ipocrita che ha reso questo Paese un posto dove si viene stritolati, a meno che non si faccia parte della cerchia giusta. Un vulnus di cui dovremmo parlare ogni giorno, non a giorni alterni a seconda di chi silura chi.
Perché il merito, in questo Paese, non esiste quasi mai in modo oggettivo. Una volta conta l’esperienza. Una volta le spalle larghe. Una volta l’autonomia presunta. Viene il sospetto che se non sei un uomo, sopra i sessant’anni, non vada bene fare questo mestiere. E il modo in cui ci si è riferiti a Giulia Presutti, una collaboratrice storica di Report, non una paracadutata, ricorda molto il peggior patriarcato di questo Paese.
Questo non è accettabile per la Rai. Non dovrebbe esserlo nemmeno per noi che, con il canone, paghiamo anche gli stipendi di chi oggi parla così. Sarebbe andata bene una non giornalista al suo posto, purché dentro la cerchia giusta?
Detto tutto questo, un’opinione personale, da chi difenderà sempre Report e il giornalismo d’inchiesta: non farò il tifoso di nessuno, né di Ranucci né di chi lo sostituisce. Le tifoserie applicate alla politica, al giornalismo, ai processi mediatici — pensiamo al caso Stasi — stanno facendo più danni delle inchieste che pretendono di raccontare.
Aspetterò di giudicare Presutti e Piervincenzi sul lavoro che faranno, non sull’anagrafe. E aspetterò di giudicare anche Ranucci, qualora dovessero arrivare risposte più chiare dall’inchiesta sull’attentato ai suoi danni e se davvero sceglierà la politica: la storia recente del campo progressista, da Antonio Di Pietro ad Antonio Ingroia, è piena di giornalisti e magistrati diventati simboli di onestà e poi travolti dal proprio stesso mito, una volta scesi davvero in campo.
Il gossip di questa fine estate ha inferto un colpo durissimo, forse irreversibile, alla credibilità di un programma che l’Italia non può permettersi di perdere. Ed è il danno più clamoroso di tutta questa storia. Dispiace che non sia arrivata nemmeno una parola di scuse verso chi Report lo guarda, lo sostiene e lo paga, da nessuna delle parti in causa.

