È lunedì, e come ogni lunedì bisognerebbe concentrarsi sulle cose importanti. Ma in questo Paese, da qualche settimana, una cosa sola satura ogni frequenza disponibile: Garlasco.
O meglio, non Garlasco in quanto delitto irrisolto, non Chiara Poggi in quanto vittima, ma Garlasco come format televisivo, come palinsesto, come sport di squadra. E allora parliamone, perché a volte vale la pena guardare in faccia quello che stiamo diventando.
Partiamo dall’inizio, o meglio dal principio che in questo paese sembra ormai dimenticato: un indagato non è un colpevole. Andrea Sempio, al momento in cui scrivo, non è stato rinviato a giudizio. La Procura di Pavia ha chiuso le indagini l’8 maggio scorso, la difesa sta depositando le sue sei consulenze, e siamo ancora in una fase istruttoria. Eppure aprendo qualsiasi telegiornale, qualsiasi trasmissione del mattino o della sera, si ha la netta sensazione che il processo sia già iniziato, celebrato, e in alcuni casi già concluso.
Mattino Cinque gli manda ogni giorno un inviato sotto casa. Quarto Grado gli dedica l’intera prima serata. Quarta Repubblica lo ricostruisce con l’intelligenza artificiale.
Il presidente dell’Ordine dei Giornalisti, Claudio Bartoli, l’ha definita una situazione “devastante e assolutamente fuori controllo“. Ha ragione, ma nessuno sembra ascoltarlo. La cosa che lascia sgomenti non è tanto la copertura mediatica in sé — un delitto irrisolto da quasi vent’anni, con un condannato definitivo che avanza verso la revisione del processo è evidentemente una storia complessa e legittimamente di interesse pubblico.
Il problema è il metodo. Ogni intercettazione viene diffusa a pezzi prima ancora che la difesa possa accedervi. Ogni audio diventa una “svolta decisiva” che dura quarantotto ore, poi viene sostituita dalla svolta successiva. Una pausa diventa “inquietante”. Un tono di voce è “ambiguo”. Un sorriso è un “ghigno”.
È come se in Italia ormai non sia più sufficiente essere innocenti: bisogna anche parlare nel modo giusto, respirare con moderazione e piangere bene davanti alle telecamere. Questa dinamica non è nuova. L’abbiamo già vista, e proprio con Stasi. Lo stesso imputato trasformato in personaggio televisivo. La stessa telefonata al 118 analizzata come prova di “freddezza”, anziché come possibile comportamento di una persona sotto shock.
Il giudice Stefano Vitelli, che in primo grado lo aveva assolto, ha detto di recente che il processo mediatico aveva giocato un ruolo davvero importante, producendo riflessi sul processo reale. Adesso rischiamo di farlo di nuovo, avanti il prossimo.
Stefano Nazzi ha raccontato il delitto di Garlasco nel suo podcast “Indagini” pubblicato sul Post. Recentemente è tornato a parlare sempre sul Post per commentare l’evoluzione della vicenda e per confermare quanto il processo si stia svolgendo sui media più che nelle aule di tribunale. L’intuizione è quella giusta: il problema non è informare, ma il modo in cui si informa quando il confine tra cronaca e processo si dissolve.
C’è poi la questione che nessuno vuole nominare: in tutto questo circo, di Chiara Poggi si parla pochissimo. La vittima è diventata lo sfondo. Quello che interessa non è dare un nome all’assassino per restituire giustizia a lei, ma trovare un colpevole — uno qualsiasi, magari diverso da quello di prima — per soddisfare un bisogno collettivo che con la giustizia ha poco a che fare.
Come ha scritto Linkiesta, il Moloch della verità e della vendetta sociale ha raggiunto il suo stadio finale e divora sé stesso: persino la famiglia Poggi, fermamente convinta che il colpevole sia Stasi, viene messa da parte quando non si allinea alla narrativa del momento. E tutto questo accade mentre nel mondo ci sono due guerre in corso, mentre l’economia stritola milioni di famiglie, mentre la politica produce decisioni che cambieranno le nostre vite per decenni.
I giornali e le televisioni potrebbero scegliere cosa mettere in prima pagina. E scelgono Garlasco. Ogni giorno, da settimane. Non per un obbligo informativo, ma per un calcolo di audience che non è nemmeno nascosto.
Il risultato è un Paese che tifa — pro Sempio o contro, pro Stasi o contro, pro Procura o contro — con la stessa intensità emotiva con cui si segue una partita di calcio, e con molto meno distacco critico. Un paese che si appassiona all’evolversi delle intercettazioni come a una serie TV, e che già sa — ne sono sicuro — che qualunque cosa dica il tribunale, ognuno rimarrà della propria opinione.
Esattamente come avviene con la politica, del resto. Anche lì le prove di successo o fallimento non cambiano più le opinioni consolidate delle persone. Anche lì i fatti vengono letti attraverso la lente di quello in cui si crede già e la bolla sui social ci convince che tutti i nostri “amici” in fondo la pensino come noi.
Non c’è più scambio, nessuno ascolta più davvero nessuno.
Sembra di essere dentro una puntata della visionaria serie televisiva Black Mirror — quella in cui i like delle altre persone hanno il potere di determinare la nostra vita. Il problema però è che qui non siamo dentro una serie, ma nel mondo reale. A processo collettivo non c’è un personaggio di fantasia ma un essere umano reale, con una famiglia, con una storia, con diritti garantiti dalla Costituzione.
È necessario fermarsi a riflettere seriamente sul mondo che abbiamo plasmato, per trovare il modo di cambiare rotta quanto prima.
